Un quarto di bambini e adolescenti soffre di disturbi psicosomatici e uno su dieci li subisce nella vita quotidiana, a partire dalle assenze a scuola e all’isolamento

Mal di testa, dolori addominali, spossatezza, insonnia. Sintomi che appaiono, scompaiono, poi tornano. A volte senza una causa medica identificabile. Nei ragazzi e nelle ragazze in età adolescenziale questi segnali sono tutt’altro che rari. Parlare di disturbi psicosomatici in questa fascia d’età significa affrontare un legame complesso tra emozioni e manifestazioni fisiche, che spesso sfugge a una lettura immediata.

La psichiatra e psicoanalista Adelia Lucattini, intervistata da Maria Luisa Roscino, descrive una condizione diffusa ma ancora poco riconosciuta: l’adolescente attraversa un periodo di intensa riorganizzazione identitaria, emotiva e corporea. Quando l’ansia, la pressione scolastica o le tensioni familiari si sommano a una difficoltà nel mettere in parole ciò che si prova, il corpo diventa veicolo privilegiato per esprimere il disagio.

Non si tratta di comportamenti volontari, né di “esagerazioni”. Il corpo non finge. Piuttosto, reagisce. Secondo un recente articolo pubblicato su Anales de Pediatría, circa un quarto dei bambini e adolescenti riferisce sintomi fisici che non trovano una spiegazione organica immediata. In almeno un caso su dieci questi sintomi incidono sulla vita quotidiana: assenze da scuola, isolamento, perdita di motivazione, irritabilità, difficoltà nei rapporti con i coetanei.

Tra i disturbi più rilevanti si contano le cefalee ricorrenti, i disturbi gastrointestinali funzionali e i dolori muscolari persistenti. In molti casi, l’esordio coincide con momenti specifici: un lutto familiare, un fallimento scolastico, un conflitto non gestito. La tendenza a osservare il proprio corpo con preoccupazione crescente, spesso amplificata dall’uso dei social media o dal confronto costante con gli altri, contribuisce a mantenere vivo il sintomo. La cronicizzazione non è automatica, ma il rischio esiste, soprattutto se il disagio viene ignorato o minimizzato.

Lucattini insiste su un punto che non è solo clinico ma anche educativo: per intervenire in modo efficace, serve uno spazio d’ascolto che non sia terapeutico per forza, ma capace di riconoscere l’urgenza emotiva nascosta dietro i sintomi. Non è un invito generico al “dialogo”, ma il suggerimento concreto di creare luoghi e momenti – in famiglia, a scuola, in ambito sanitario – in cui l’adolescente possa sentirsi autorizzato a raccontare senza sentirsi giudicato.

Il cambiamento, quando c’è, parte da lì: tradurre il disagio fisico in parole, dare un nome a ciò che si prova, imparare a decifrare il proprio linguaggio emotivo. Non si tratta di curare un mal di pancia, ma di capire cosa lo mantiene, cosa lo fa riapparire, cosa cerca di comunicare.

I dati più recenti, pubblicati su Journal of Adolescent Health, segnalano un incremento dei disturbi psicologici e psicosomatici tra gli adolescenti tra il 2010 e il 2022, con un picco osservato nelle ragazze e un legame evidente con le difficoltà familiari e sociali. La pandemia ha avuto un ruolo importante, ma non esclusivo: le variabili che incidono sono molteplici e non sempre visibili.

Chi lavora con gli adolescenti sa che non esistono risposte uniche. Ma c’è una costante che ritorna in tutte le storie: la necessità di essere presi sul serio. Anche quando i sintomi sembrano piccoli, vaghi o intermittenti. È lì che spesso si nasconde qualcosa che aspetta di essere riconosciuto.

Fonte: Orizzonte Scuola