Festa, civile o religiosa un’occasione per stare con chi si ama

Proprio in questi giorni così importanti nel calendario e attraversati da così tante incertezze a causa della pandemia che ci affligge ormai da due anni, può essere utile spendere un momento di riflessione sulle origini, il significato e le strade a volte sorprendenti percorse dalla parola festa.

Una gioia annunciata. Nessun dubbio sull’origine dal latino fĕsta, plurale di festus «festivo, solenne», ma anche «lieto, gioioso». Per la definizione i vocabolari sono tutti d’accordo: giorno destinato a una solennità, al culto religioso, a celebrazioni patriottiche o d’altro genere. Quindi il 25 dicembre, Natale, è una festa religiosa così come, nel nostro paese, il 2 giugno è la festa della Repubblica e il 25 Aprile la festa della liberazione. Caratteristica comune a tutti i giorni di festa è la presenza di particolari riti le celebrazioni e il fatto che quel giorno non si lavora (e non si va scuola).

Tanto forte e invocata. La festa ha sempre un aspetto solenne anche quando è generica (e spesso molto commerciale) oppure è privatissima e riguarda poche persone. Fanno parte del primo caso la Festa della Mamma o quella del Papà, la festa del mare o la festa degli alberi. Le caratteristiche in questo caso sono altre: in quei giorni si lavora e si va a scuola restano indimenticabili solo per alcuni particolari aspetti. Per esempio, tutti i bambini realizzano dei disegni o dei piccoli oggetti come regalo per la Festa del Papà. Disegni e oggetti di cui, crescendo, si dimenticheranno presto. Quei papà invece continueranno a conservarli con amore e nostalgia per tutta la vita. Restano feste singolarmente importanti anche compleanni, gli anniversari e così via festeggiando.

Dal giubilo alle tartine. Con queste premesse la festa è diventato il festeggiamento cioè l’occasione in cui ci si incontra per celebrare una circostanza lieta. Cominciamo dalle prime feste scolastiche e proseguiamo fino alla festa di laurea, di matrimonio, di battesimo e così via. Tanto forte il significato da essere diventato sinonimo di gioia e allegria: «il suo successo è stato una festa per tutti».

Una tribù invadente. Le derivazioni della parola festa regalano un arcobaleno di significati. Dal più semplice che è il verbo festeggiare alla conseguente definizione di festante, fino all’aggettivo festaiolo, o festaiola, che non è proprio un complimento per i diretti interessati. Un incontro allegro ma limitato a pochi partecipanti sarà una festicciuola, ma sicuramente l’organizzatore sarà un tipo festoso. Magari ha arredato il luogo del ritrovo con delle coccarde o meglio dei festoni alle pareti. E per cercare di aumentare il numero dei partecipanti sarà stato attento a convocarla in un giorno festivo.

Un garbuglio religioso. Proprio «giorno festivo» merita un approfondimento in contrapposizione a «giorno feriale», che deriva direttamente da ferie. Per capire come abbia fatto una parola che indicava giorni festivi a partorire un aggettivo, «feriale», che vuol dire esattamente l’opposto (giorni non festivi), bisogna tornare al momento in cui il cristianesimo è diventato la religione prevalente spodestando le divinità dell’antica Roma. Come è noto il calendario cristiano celebra ogni giorno uno o più santi, ma nell’uso ecclesiastico si è cercato di distinguere i giorni della settimana dedicati al culto, sabato (eredità dell’ebraismo) e domenica, dagli altri, dal lunedì al venerdì – dedicati al lavoro – e rinominandoli con un numero progressivo, da feria seconda (lunedì) a feria quinta (giovedì) a feria sesta (venerdì), per cercare di evitare i riferimenti agli dèi pagani.

Non ci sono riusciti. Infatti, noi continuiamo imperterriti a chiamare i giorni della settimana confermando l’implicito omaggio alla dea luna, a Marte, Mercurio, Giove e Venere. Resta il fatto che questi primi cinque giorni della settimana coincidono per la maggior parte dell’anno con quelli dedicati alle attività lavorative ed ecco come una festa come feria, può partorire un giorno feriale che è tutt’altro che festivo.

Deragliamenti. Col tempo l’allegria incondizionata della festa e tutto quello che si portava dietro compreso il vestirsi «a festa», è ironicamente voluta nel linguaggio popolare in un significato completamente opposto. L’espressione «conciare qualcuno per le feste» vuol dire infatti «malmenarlo, ridurlo a mal partito». Non c’è una spiegazione univoca della sua origine se non il riferimento all’ironia popolare abituata al rovesciamento di senso. Molto simile la genesi dell’altra locuzione rovesciata «fare la festa a qualcuno» con il significato di «uccidere, malmenare, punire qualcuno con percosse». Saro Trovato, nel suo libro «Perché diciamo così» (Newton Compton) la spiega così: «L’espressione fa riferimento ai tempi in cui le pene capitali erano pubbliche e i preparativi, l’accorrere del popolo, facevano somigliare questa lugubre manifestazione a una… festa».

Per concludere. La festa è un momento da condividere con chi si ama, sapendo che sono momenti straordinari, ma anche che non sono infiniti. Lasciamo anaffettivi e indifferenti al loro destino. Non c’è bisogno per forza di comprare qualsiasi oggetto. Regaliamo amore e libri, specialmente ai bambini.

FONTE: CORRIERE DELLA SERA