Dopo la terza media, consigli ai docenti su come orientare bene gli studenti

Come orientare i ragazzi nella scelta della scuola superiore? I consigli di due esperti dell’orientamento Francesco Dell’Oro e Gianni Caminiti

“In antichità per fare un viaggio non esistevano bussole o mappe. Spesso nemmeno le strade. Si attendeva l’alba: il sole sorge ad oriente e grazie a questo riferimento si conosceva la giusta direzione da prendere. Orientarsi è volgersi al sole nascente. Dobbiamo ricordarlo ai ragazzi, e fare in modo che all’alba siano pronti per il loro viaggio”. Gianni Caminiti, psicologo ma anche regista, musicista, scrittore ed editore, definisce così quello che per molti insegnanti è il principale cruccio di questo periodo dell’anno: il consiglio orientativo in uscita dalla terza media.

Lungi dall’essere una semplice formalità burocratica, a detta degli esperti è invece lo snodo fondamentale nella concatenazione di eventi e motivazioni che porta tanti, troppi ragazzi ad abbandonare la scuola.

Secondo quanto riferito dall’Invalsi, infatti, nel 2020 il 23% dei giovani della fascia d’età 18-24 anni ha lasciato la scuola prima di effettuare l’esame di Stato, oppure l’ha terminata senza acquisire competenze di base minime (nel 2019 erano il 22,1%).

Orientamento a 13 anni: una scelta prematura?

“Per molti quella fatta a tredici anni è una scelta prematura -racconta Francesco Dell’Oro, esperto dei Processi Formativi, per anni responsabile del Servizio orientamento scolastico del comune di Milano -. Ho raccolto ultimamente 1262 richieste di aiuto: 428 femmine e 834 maschi a dimostrazione del fatto che proprio i maschi fanno più fatica perché ancora immaturi. L’ideale sarebbe rinviare la scelta, dopo un biennio comune. Ma nessuno tra i legislatori che hanno riformato il nostro sistema scolastico si è degnato di considerare l’esperienza quarantennale degli ITSOS, nati negli Settanta proprio con un biennio orientativo comune per tutti. Io l’ho proposto più volte, ma ho raccolto soltanto il rifiuto sdegnato dei genitori e il rifiuto sdegnoso degli insegnanti. Un orgoglio insensato”.

“I primi colloqui con ragazzini da ri-orientare li fisso già a settembre. Arrivano da me dopo pochi giorni di scuola, hanno sbagliato completamente”  commenta Caminiti. “È chiaro che si chiede agli alunni di scegliere troppo presto: le iscrizioni sono a gennaio, se a giugno uno ha cambiato idea fa già fatica a modificare l’iscrizione. L’orientamento a 15/16 anni potrebbe davvero abbattere i numeri della dispersione scolastica”.

Le informazioni sulle scuole e gli open day

Eppure, le informazioni non mancano. Di orientamento si parla a scuola, i genitori spesso partecipano a incontri affollatissimi con gli esperti, poi ci sono i siti internet, le brochure. “Nel mio studio arrivano invece decine e decine di ragazzi delle terze che non sanno niente di orientamento, che non lo hanno mai fatto -assicura Dell’Oro-. In molte scuole non se ne parla affatto. Dovrebbe essere parte integrante dell’attività didattica fin dalla primaria. Viene invece vissuto in alcuni istituti come un disturbo. Molti insegnanti non conoscono neppure come è organizzato il sistema scolastico italiano. Sembra assurdo ma è così”.

E gli open day? Tante famiglie ci passano praticamente tutti i fine settimana di novembre… “ I genitori si stanno proiettando in una ricerca quasi compulsiva con il risultato di aumentare l’incertezza e la confusione. È una tragica operazione di marketing: agli open day raccontano un sacco di fandonie. Però portarci i ragazzi è utile, loro hanno antenne pazzesche, riescono a individuare gli insegnanti che hanno passione e quelli che tirano a campare, a distinguere un clima accogliente da uno competitivo. Fidiamoci delle loro impressioni”.

E soprattutto ricordiamoci che i veri protagonisti dell’orientamento sono loro, i ragazzi. Al contrario, spesso pesano sulla bilancia molto più le aspettative delle famiglie o i pregiudizi degli insegnanti piuttosto che i desideri degli alunni. “I genitori si tradiscono già al telefono, mi dicono che vogliono fissare un appuntamento per orientare il figlio che deve fare il liceo – racconta Dell’Oro -. Ma anche gli insegnanti spesso commettono un tragico errore pedagogico: il messaggio che arriva nelle aule è che i bravi vanno al liceo, i meno bravi al tecnico, quelli in difficoltà ai professionali, quelli che non hanno voglia di studiare alle scuole regionali. Questo è sbagliato perché si basa su quello che i ragazzi non sanno fare invece che valorizzare quello che sanno fare”.

“Il liceo getta fondamenta in attesa di costruire un edificio bello grosso -spiega Caminiti-. Bisogna tenerne conto e invece in Italia il 55% dei ragazzi si iscrive al liceo. Paradossalmente il liceale è quello che si disperde di meno se guardiamo il dato relativo all’intero quinquennio. Magari si ri-orienta, ma arriva fino in fondo. Solo che spesso ci arriva sui gomiti. Svenato e demotivato, non si iscrive neppure all’Università, oppure molla prima. Non dimentichiamo che abbiamo solo il 19% di laureati, la metà della media Ocse. Ai genitori dico sempre che la scuola migliore per i loro figli è quella che finiscono, e non sui gomiti”.

L’importanza della motivazione

Il consiglio per gli insegnanti è principalmente quello di non tarpare le ali. “I ragazzi che incontro sono terribilmente demotivati, e questo è scandaloso perché la motivazione è iscritta nel nostro dna: i bambini nascono con una motivazione fortissima, perderla è contro natura -sostiene Caminiti-. È lo studente che deve dire quello che vuole fare, non gli adulti. Dategli un foglio bianco, fategli scrivere quello che gli piace, come deve essere la sua scuola ideale. Ha diritto di sognare. Poi si cercherà la scuola reale che più somiglia a quell’ideale. L’insegnante che prende in consegna questo progetto di vita deve analizzarlo insieme al ragazzo, segnalandogli le competenze che ha già raggiunto. Per quelle che sono ancora carenti gli può consigliare esercizi in più per mettersi in pari. A uno studente scarso in matematica che sogna di fare il liceo scientifico non possiamo dire che non lo può fare. Diciamogli piuttosto che dovrà rimboccarsi moltissimo le maniche. Il consiglio orientativo non può essere ostativo”.

“Gli insegnanti che tarpano le ali non considerano l’imponderabilità legata alla crescita -concorda Dell’Oro-. I ragazzi potrebbero essere completamente diversi tra qualche anno. In terza media mi dissero di non continuare a studiare. Il prof non aveva tutti i torti in quel momento, ma l’adolescenza è una fase straordinaria di trasformazione a livello fisiologico, ormonale, cognitivo, relazionale. Non possiamo non  tenerne conto.  Mai, mai dare giudizi. La nostra è una scuola troppo giudicante che ferisce le anime, mi arrivano troppe anime ferite”.

Infine, meglio abbandonare l’idea che la scelta della scuola superiore sia da mettere in relazione con la propria futura vita lavorativa. “Quando incontro i genitori alle mie conferenze come prima cosa chiedo di alzare la mano a chi fa il lavoro per il quale ha studiato… Ogni volta le mani alzate non sono più del 30%. -racconta Caminiti-. Il problema è che l’esperienza scolastica è spesso vissuta come una tassa da pagare prima di vivere. Ai ragazzi dico invece che devono scegliere quello che amano studiare ora. Quantomeno alla fine avranno imparato a imparare e saranno più felici e potranno poi decidere cosa fare nella prossima tranche di vita. L’infelicità scolastica è l’anticamera di ogni mancata eccellenza. Continuate a rendervi competenti ragazzi: più competenze avrete più lavori potrete fare.  Se riuscissimo a dare senso al percorso scolastico, potremmo abbattere non solo la dispersione ma l’infelicità umana”.

FONTE: FOCUS-BARBARA LEONARDI