Educare alla poesia: un modo per dar voce alle emozioni

 

Esercitare gli alunni al pensiero poetico significa farli parlare delle loro emozioni nascoste, che sulla carta possono finalmente prendere vita.

«La poesia è difficile, non la capisco». La resistenza che molti alunni manifestano di fronte a un testo lirico non è una novità. Ma che cosa accade quando si prova a ribaltare la prospettiva e a cingere gli alunni con la corona di alloro dei poeti?

Ecco perché è importante educare alla poesia a scuola, e come farlo.

Insegnare poesia tramite laboratori di scrittura

«Nel momento in cui sanno che dovranno scrivere, quello che leggono non viene più guardato allo stesso modo. La poesia così può diventare uno spazio personale». È da questa intuizione che nasce l’idea di laboratorio poetico di Isabella Leardini, che, come scrive nel suo Domare il drago (Mondadori), “non è un corso di scrittura creativa, ma un metodo per mettere a fuoco ciò che siamo, guardare la nostra vita e decifrare il senso del destino”. Isabella Leardini insegna scrittura creativa e dirige il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna.

Gli incontri, gestiti in compresenza con gli insegnanti, fin dal primo momento mirano a fare cadere i pregiudizi. Primo tra questi il concetto di regola, di giusto o sbagliato. «Ai ragazzi svelo che la poesia possiede una sola regola e ognuno di noi ha la libertà di trovare la sua» dice Leardini.

«E proprio questa responsabilità ritrovata cambia la percezione della parola lirica, cioè che sia una specie di “campo minato”. Una delle prime cose su cui invito a riflettere è che loro possono scrivere la loro verità, il loro segreto, ma in modo obliquo, storto, velato».

Educare a pensare per metafore

Il linguaggio con cui viene presentato questo percorso è ben meditato e prevede alcuni passaggi. Leardini racconta di un esercizio che svolge all’inizio dei laboratori nelle classi della primaria: la metafora. Per esempio, anziché spiegare il proprio stato d’animo con l’espressione: “Io oggi sto male perché Marco Rossi di seconda B non mi ha guardato nel corridoio”, Leardini propone: “Oggi mi sento sola/sola come una stanza vuota”, oppure: “Quando non ci sei tutta la scuola è vuota”.

Non viene detto nulla del proprio segreto emotivo, della propria verità, «ma solo la sua essenza». “La lingua dei come”, così l’ha chiamata Leardini, mira a far comprendere le modalità con cui i bambini possono comunicare il loro segreto. Allora anche a un semplice “come stai?” può essere difficile rispondere.

Si prosegue così, aggiungendo sempre un “come” alle loro risposte: “Come stai?” – “Bene” – “Bene come?” – “Bene come il sole” – “Come il sole, come?” – “Come il sole che splende”, eccetera.

La palla poi viene passata agli alunni stessi, che devono provare l’esercizio tra loro.

Il mito per insegnare le emozioni

Come supporto del tema sentimentale e del linguaggio interiore Leardini si serve del mito: «Quando presento la storia di Orfeo anche la classe più rumorosa si ferma, e ascolta in un silenzio totale. Tutto ciò che racconta a loro una storia, una storia dove c’è un elemento di rischio e di perdita, viene da loro compresa subito nel profondo; è come se questi miti e questi archetipi continuassero a parlarci a più livelli».

Non esiste una “poesia per bambini”

Per stimolare gli alunni a intraprendere questo viaggio, Leardini si serve anche di poesie di grandi autori, seguendo un repertorio fisso che propone sia nella primaria sia nella secondaria di primo grado. Ai più piccoli non recita testi troppo complessi, ma in ogni caso non attinge «a una poesia per bambini o ragazzi».

Da Emily Dickinson a Marina Cvetaeva e a Umberto Saba, la presentazione delle liriche scelte prevede una interpretazione a tema, spesso legata alla dimensione della scrittura e della capacità di comunicare le emozioni.

«Per spiegare che cosa significa scrivere poesia, uso una lirica della Dickinson che racconta di come riusciamo a vedere le cose nel buio, interpretandola con la metafora della scrittura come una specie di visione, una capacità insolita; oppure con A mia moglie di Saba cerco di parlare del “tu”, per far comprendere come l’alunno possa usare tutte le immagini del mondo per rappresentarlo, purché scelga le parole che assomiglino alla potenza di quello che intende dire, all’unicità del “tu” che sta guardando».

Emozionarsi è poesia, anche nel dolore

Le parole che prima gli alunni avvertivano come incomprensibili, in realtà, sono «parole che cantano». Si inizia giocando, ripetendo a memoria le formule magiche, perché tra poesia e magia scorre un legame antichissimo e imprescindibile. «Abracadabra: esiste in tutte le lingue del mondo e il suo mistero risiede nel fatto che potrebbe significare “io creo mentre parlo”.

Raccontare questo mi permette di ricollegare la dimensione del mistero e della potenza della parola. Mi serve anche per spiegare che cos’è il ritmo, perché l’esercizio è ripetere tutti insieme le formule, cantando».

La dimensione apparentemente ludica, però, si accompagna a un altro esercizio, che Leardini propone ai bambini nella prima lezione: l’aggettivo “d’argento”. Attraverso l’esercizio, in cui gli alunni immaginano di camminare su una spiaggia, di raccogliere sassi e di descrivere il cielo, si proverà a guardare da vicino l’aggettivo d’argento che prima o poi visualizzeranno.

L’aggettivo è una figura, un imprevisto che va lasciato lavorare sulla carta: quello è ciò che li riguarda più da vicino, una scoperta su sé stessi che fino a ora avevano soffocato. Come il dolore. «A quel punto è come se si fosse sbloccato qualcosa». Alla fine del percorso possono essere individuati due atteggiamenti: da un lato c’è chi vede la poesia come la forma comunicativa privilegiata per comunicare; dall’altro chi la interpreta “come un calcio in faccia”.

«Quello che emerge è che gli alunni non sentono più la noia e l’estraneità della dimensione poetica, anzi, la poesia diventa qualcosa con cui possono avere un rapporto, anche se complicato» prosegue Leardini. «Inoltre, la condivisione del proprio segreto con i compagni aiuta a eliminare tutti i pregiudizi, a scoprire la paura e la sofferenza dell’altro, a diventare, quindi, molto più empatici».

Educare alla poesia non serve soltanto a insegnare e trasmettere cultura, ma anche permettere a bambine e bambini di esprimersi attraverso le parole, usando le diverse figure retoriche e la creatività per dire ciò che provano senza veramente dirlo.

 

FONTE: FOCUS SCUOLA