Perché la lettura sviluppa il pensiero e l’umanità

 

1. TUTTI GLI ANIMALI TRANNE UNO

Tutti gli animali comunicano tra di loro. Lo fanno mediante odori, versi, contatti fisici, complesse danze rituali, sfregamenti, gesti. È un dialogo che fluisce incessante attraverso i corpi e che trova, dentro i confini fragili del corpo, la sua più autentica ragione d’essere. L’uomo però è diverso.

È l’unico animale, tra i viventi, che nel corso della sua evoluzione è riuscito ad andare oltre il linguaggio fisico e aleatorio dell’animalità e ad integrarlo. Ricorrendo alla combinazione di un numero relativamente piccolo di segni, a un alfabeto, ha infatti messo a punto dei raffinati sistemi di letto-scrittura. Una lingua che ha consistenza e forma. Malleabile come creta ma resistente come un cavo d’acciaio. Capace di sfidare il tempo e lo spazio. Destinata a lasciare una costante traccia di sé.

2. DALLA CONTABILITÀ ALLA LETTO-SCRITTURA

Circa seimila anni fa, intorno al 3300 a.C., toccò ai Sumeri o forse, secondo nuovi studi, agli Egizi, elaborare per primi un sistema convenzionale e codificato di segni, deputato a comporre un insieme di simboli, lettere e parole1. La necessità di affidarsi alla scrittura nasceva da un bisogno pratico. Consentire a regnanti, sacerdoti e funzionari regi di poter esercitare un controllo rigoroso sulle riserve di cibo, accumulate per far fronte ai disastri causati da continue carestie.

Da allora, in questo arco di tempo relativamente breve, la letto-scrittura ha finito con l’assolvere un compito ben più rilevante di una “semplice” contabilità. Si è rivelata, piuttosto, uno dei più grandi volani nella nostra evoluzione. Nulla ha avuto un impatto equivalente nella storia umana.

3. LEGGERE MODELLA IL CERVELLO

Come confermano infatti le neuroscienze, leggere modella il cervello. Non solo ne modifica la struttura interna. Potenzia anche le capacità cognitive, intellettuali e affettivo-relazionali della nostra specie2. Sin dal principio, ha consentito agli uomini di comunicare, ma pure di apprendere, memorizzare e persino emozionarsi in maniera diversa rispetto a qualsiasi altro vivente – di quest’ultimo aspetto, però, si parlerà più avanti. In altri termini, la parola scritta ci ha permesso di coltivare il pensiero.
Non è un caso che il cervello umano, che vale appena il 2-3 % del peso del nostro corpo, abbia un costo energetico molto alto. In stato di riposo, può arrivare persino a consumare il 25% di energia, mentre quello delle grandi scimmie antropomorfe da cui discendiamo si attesta attorno all’8%3.

4. NON SIAMO NATI PER LEGGERE (IL POTERE DELLA NEUROPLASTICITÀ CEREBRALE)

Eppure non siamo nati per leggere4. Non esistono geni deputati a questa attività. Nella fragile e meravigliosa elica del nostro DNA non è custodito alcun patrimonio ereditario di tal genere.
Il cervello possiede tuttavia una plasticità innata5. È programmato ad accogliere e ad adattarsi ai mutamenti; e a formulare, nel minor tempo possibile, risposte adeguate ai contesti di riferimento. Funziona, insomma, come un sistema aperto, estremamente duttile, in grado di reagire con prontezza a stimoli, imprevisti, sollecitazioni, richieste.
Così, per sopperire alla mancanza di circuiti cerebrali interni deputati alla lettura, ha portato avanti un importante processo di riciclo neurale. Sotto la spinta di questa importantissima invenzione, i circuiti corticali sottesi al riconoscimento visivo si sono dunque riconvertiti a decifrare i simboli degli alfabeti umani.

5. COLTIVARE I PENSIERI

La parola scritta ha sfruttato questa neuroplasticità per “costringere” il cervello ad attivare dei circuiti neuronali totalmente nuovi o a riorganizzare quelli già preesistenti ma destinati, in origine, ad assolvere altre finalità. Nel fare questo, ha regalato alla nostra specie, i doni più preziosi. La possibilità e il tempo per coltivare pensieri.
Contrariamente alle altre creature, il rapporto che l’animale-uomo istaura con la realtà necessita di una messa a fuoco costante. È questa attività irrinunciabile, di ricerca di senso e di decifrazione dell’animo segreto delle cose, che chiamiamo pensare.

6. CIÒ CHE FA “LA GRANDEZZA DELL’UOMO”

Coltiviamo il pensiero per le ragioni più disparate. Di sicuro, innanzitutto, per regalare un senso alla lotteria degli istanti e per attutire il rumore della sabbia del tempo che scivola via da noi a precipizio. Per opporre un argine allo spavento della morte ‒ e a quello ancora più grande della vita.

Abbiamo inoltre un bisogno viscerale di abitare le nostre domande e i nostri sogni. Di interrogarci su ciò che ci circonda e sulla nostra esistenza. Di ideare spazi sterminati e silenzi vasti, incommensurabili; e nebulose, e costellazioni e mondi lontanissimi. E poiché non ci è possibile smettere, anche se per pochi istanti, di capire, comprendere, conoscere e immaginare possiamo asserire che è il bisogno di pensare che «caratterizza in modo peculiare la nostra razza6» .

Pascal, da parte sua, sosteneva che è «il pensiero che fa la grandezza dell’uomo», e diceva di poter «benissimo concepire l’uomo senza mani né piedi né testa. Ma non posso concepire l’uomo senza pensiero, sarebbe una pietra, o un bruto7» .

7. UN DONO “DIVINO”

Il grande progresso tecnologico ci consente oggi di poter osservare da vicino il “cervello che pensa”. La suggestiva ipotesi di Aristotele, secondo cui il pensiero «è divino» e «viene da fuori», cede il posto ad alcune minuscole certezze.
Infatti, sebbene la mente umana rimanga, ancora, pur sempre, «l’entità più complessa dell’universo8» , la scienza ha potuto dimostrare che il pensiero si radica in profondità nella vita di ciascun individuo e trova forma e contenuti nella misteriosa storia di ciascun corpo. «Affinché i neuroni elaborino l’informazione e quindi dettino il comportamento,» asserisce Kandel, «devono comunicare con altri neuroni e con il resto del corpo9».
Sapere che non ci viene insufflato da qualche ineffabile divinità ma che si radichi nelle profondità del nostro essere, non scioglie comunque il suo mistero della sua origine. La sorgente da cui il pensiero scaturisce rimane tutt’ora inafferrabile.

8. NUTRIRE IL “CERVELLO CHE PENSA”

Appare però certo, proprio alla luce delle tante acquisizioni recenti, che il “cervello che legge” nutra il “cervello che pensa”. Il linguaggio scritto possiede infatti una natura «profondamente generativa10» . La trasmissione cerebrale diviene più fluida a mano a mano che il processo di lettura si fa profondo. Questo consente che si attivino vie di comunicazione nuove tra i neuroni e si istaurino connessioni che prima erano inesistenti.
Le nozioni, le informazioni, le percezioni che giungono dall’esterno, il rumore rutilante e stordente della vita, smettono così di essere un flusso disarticolato e indistinto di informazioni e immagini e si tramutano in un racconto quanto più possibile coerente e corale di ciò che accade attorno a noi e dentro di noi.
Il creato e i sommovimenti più ineffabili dell’animo umano diventano essi stessi, almeno in parte, almeno in qualche modo, “leggibili”. Ritornano ad essere i segni di un’antichissima, affidabile, mappa del tesoro.

9. “FARE UMANITÀ”

Il ruolo centrale che la letto-scrittura svolge nel rendere l’uomo ciò che è, ovvero un essere pensante, e il legame che esiste tra la «qualità della lettura e la qualità del pensiero11» ci invitano a riflettere su un’importante verità.

Per risolvere i tanti problemi di un mondo sempre più a corto di parole – e, dunque, sempre più ignorante e violento -; sempre meno capace di «fare umanità», non basta intervenire sulla disaffezione alla pratica del leggere.
Bisogna, piuttosto, assicurarsi che si legga bene, che ci si affidi ad una modalità di lettura educata a processi di decifrazione lenti, capaci di coinvolgere molteplici circuiti cerebrali. Solo attraverso tali processi entrano in gioco connessioni diverse e si produce realmente pensiero. Solo così, insomma, ciascuno di noi può aggiungere vita alla propria vita. Fare umanità.

10. UBRIACATURE HI -TECH

L’ubriacatura hi tech dei tempi moderni ci ha indotti invece a vari errori di giudizio anche nel campo della lettura. Dai social media ai giochi, dalle app di pronta utilità all’informazione in rete, non riusciamo più a fare a meno della tecnologia.
Deve essere stato questo a trarci in inganno. A farci credere che l’oggetto-libro, senza dubbio meno seducente di uno schermo ultrapiatto, di una magica superfice touch screen, fosse condannato a una veloce obsolescenza. E che, infondo, sarebbe bastato dirottare l’esperienza di lettura su un e-reader di ultima generazione, l’ennesimo lettore di ebook superaccessoriato, o un tablet per contenere e sconfiggere l’analfabetismo.

11. LIBRO E/O SCHERMO?

Poiché ci sottraiamo a una visione d’insieme, ci sfuggono insomma elementi importanti. «I circuiti del cervello che legge sono plasmati e sviluppati da fattori naturali e ambientali, incluso lo strumento tramite il quale la lettura viene acquisita e si sviluppa12».

In altre parole, libro e schermo non si equivalgono, e non sono intercambiabili. Rimandano a modalità di accesso e di fruizione totalmente dissimili; i tempi e ritmi che impongono non sono sovrapponibili. Non sappiamo cosa accadrà davvero alla fine di questa fase di transizione che ci condurrà da una cultura alfabetizzata ad una digitale. Vantaggi e svantaggi non sono ancora ben chiari. Di sicuro, i circuiti cerebrali che abbandoniamo, rinunciando alla lettura cartacea, non possono essere recuperati; e quando si perde un’abilità, la si perde per sempre.

Gli scienziati ci dicono altro. I dati sin qui raccolti confermano che, contrariamente al libro cartaceo, i supporti digitali non assicurano l’esperienza della lettura profonda e che, addirittura, possono metterla in pericolo. Non sembrano in grado, infatti, di promuovere l’attivazione di quei processi cognitivi vitali, quali la memoria, l’attenzione, la partecipazione emotiva, che invece la parola d’inchiostro, fiorita sui fogli, sollecita.

12. LA LETTURA PROFONDA

La domanda è d’obbligo: a cosa serve leggere se non possiamo fare nostre le esperienze, le emozioni, le sensazioni dei nostri fratelli di carta? Forse, una risposta adeguata potrebbe venire dalla «costruzione», dallo «sviluppo di un cervello davvero bi-alfabetizzato, capace di assegnare tempo e attenzione alle abilità di lettura profonda a prescindere dal mezzo utilizzato», e «in grado di passare [con scioltezza] da un codice all’altro13».

Quel che è certo è che la lettura ha un senso solo se pianta nelle nostre viscere il seme della conoscenza, dell’immaginazione, dell’empatia, della poeticità e della compassione, intese, queste ultime due, come capacità di osservare e godere, con stupore e meraviglia, dello spettacolo del mondo, e come capacità di patire, cioè di sentire assieme all’altro.
Lo scopo più importante del leggere è proprio questo. Riconciliare l’uomo con la parte migliore di sé stesso, nutrendo la sua umanità. Per questo diventa prioritario rendere possibile l’incontro tra i nostri ragazzi e i Classici, opere-mondo capaci di sopravvivere al tempo e di parlare direttamente al cuore d’ogni lettore.

FONTE: Orizzonte Scuola