Un giorno per la terra: la sfida della crescita verde

Le emissioni di CO2 non si fermano, si cercano regole per promuovere l’economia sostenibile e gli investimenti puliti. Le iniziative per l’Earth Day.

Un numero — le 421,36 parti per milione rilevate dall’osservatorio di Mauna Loa sulle isole Hawaii — può essere scelto come metro della febbre generata alla Terra dalla nostra sciagurata e amata razza umana.

La Giornata mondiale della Terra, l’Earth Day, dal 1969 viene ricordata ogni 22 aprile e per ricordare la ricorrenza del 2021 potrebbe essere usato questo numero della presenza della CO2, l’anidride carbonica, nell’aria che avvolge il pianeta; e 421 parti per milione rilevate a fine marzo corrispondono allo 0,042% di anidride carbonica nella composizione dell’atmosfera.

Lo stato di salute del globo può essere misurato in tanti modi, con le tossine che iniettiamo nelle sue vene profonde o nei mari, con la scomparsa di specie viventi, con la spazzatura abbandonata, ma la misurazione più semplice da comunicare è la temperatura climatica, in senso stretto (di quanti decimi di grado si scalda l’aria del mondo) e in senso esteso (quanto cresce l’anidride carbonica, cui è legata la temperatura).

Di stagione in stagione, con le oscillazioni generate dai cicli vegetativi, la CO2 continua a crescere nell’aria, immessa dalla geologia dei vulcani, dalla biologia della respirazione dei vegetali e degli animali, ma immessa nell’aria anche dalle ciminiere e dai tubi di scappamento. È già lontano nel passato quel 2016 in cui venne superata la soglia psicologica di 400 parti per milione, poi 410, poi 420.

I diciassette obiettivi sostenibili

L’Onu nel settembre 2015, tre mesi prima di firmare l’Accordo di Parigi sul Clima, delineò con 193 stati i 17 Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals) da raggiungere entro il 2030. I 17 obiettivi sono spesso raffigurati come un mosaico di immagini colorate, oppure sono riassunti nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

La sostenibilità delineata dall’Onu non è solamente quella ambientale; la sostenibilità dev’essere anche umana, etica, economica. Primo, no povertà; secondo, zero fame e così via in ordine non di importanza: obiettivi di salute, lavoro e occupazione, giustizia, istruzione, vita nei mari e sulla terra, uguaglianza di genere, infrastrutture, acqua, urbanizzazione, consumi sostenibili, uguaglianza sociale, crisi climatica, energia affidabile e pulita, ambiente e così via.

Sono obiettivi ancora lontani. Qualche esempio. Fra gli obiettivi c’è la disponibilità di energia sicura e pulita: per gran parte dell’umanità la cottura dei cibi avviene con fornelli di ferro alimentati da legna raccolta.

Nel frattempo in questi giorni i consumi mondiali di petrolio sono tornati a superare i 90 milioni di barili al dì e a tendere si raggiungeranno i 100 milioni e la Cina ha appena raggiunto e bruciato il massimo storico nell’uso del carbone. Si cresce, a qualunque costo. Sostenibili sì, ma non tutti e non dovunque.

Mai così tanto benessere (in troppa miseria)

Superati i 7 miliardi di persone, ormai sono ridotte a sacche di povertà estrema la fame nera e le malattie che per millenni hanno tormentato tutta l’umanità tranne una minuscola quota di ricchi. Bastava la scorreria dei masnadieri che incendiassero le colture di spighe mature; il passaggio di locuste; una scabbia più feroce; la grandine distruggitrice o un’alluvione, ed era la certezza di una strage per fame, con i bambini con le pance gonfie di fame e tese come tamburi, le mosche insolenti sugli occhi. Oggi ciò accade in luoghi limitati e per una frazione minore della popolazione. Sempre troppo, ma accade molto molto meno di qualche anno fa.

Nel 1820 il 94% della specie viveva nella povertà più totale, oggi il 10%. L’analfabetismo riguarda ormai solamente il 14% della razza. Duecent’anni fa quasi metà dei bambini non riusciva a superare l’età di 5 anni, con una mortalità infantile del 47%; oggi nel mondo questo destino ingiusto riguarda il 4%.

Miliardi di esseri umani sono usciti dalla miseria e hanno abiti (di poliestere), telefonini, bevande sterili imbottigliate (plastica Pet) invece dell’acqua fangosa presa all’abbeverata, calzature (di poliuretano), flaconi (di polietilene) pieni di detersivi (tensioattivi) per lavare i vestiti e per l’igiene personale, facilità nello spostarsi su veicoli a motore (con benzina o gasolio), alimenti non deperiti (in buste di plastica). Ci sono ancora sacche di miseria profonda, ingiustizie insopportabili, disuguaglianze indigeribili; ma l’umanità in tutta la sua storia non è mai stata così ricca, sana e longeva quanto in questi anni, epidemia compresa.

Bruciamo un pianeta e mezzo

Qual è il contraccambio di questa riduzione delle diseguaglianze? La risposta alla domanda si può riassumere: ogni anno consumiamo più di un pianeta e mezzo.
C’è un calcolo spannometrico condotto dal National Footprint & Biocapacity Accounts che stabilisce qual è l’Overshoot Day, cioè il giorno dell’anno nel quale sono state esaurite le risorse biologiche naturali del pianeta che si rinnovano ogni anno e l’umanità comincia a usare le scorte aggiuntive nascoste nei giacimenti e negli elementi. Dagli anni 70 questa data, che in genere cade in estate, continua ad anticiparsi.

FONTE: ILSOLE24ORE